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Xiaomi non garantisce la privacy e ruba i nostri dati? L’inchiesta di Forbes

La questione della privacy è vista con molto interesse nel mercato occidentale. Sebbene anche in Cina esista (diversamente da quanto possa sembrare), non ha lo stesso valore che da noi. In particolar modo in Italia, il fattore riservatezza ci è molto caro. Abbiamo visto che con la MIUI 12 la privacy è stata messa al primo posto con una serie di funzionalità che permetteranno ai nostri dati di non uscire in alcun modo dallo smartphone. Ma sarà davvero così? Un’inchiesta di Forbes ci potrebbe dire il contrario anche se Xiaomi nega ciò che la nota testata giornalistica sta sbandierando con insistenza. Vediamo cosa è successo.

La privacy degli utenti Xiaomi non sarebbe garantita da alcune applicazioni native: così afferma Forbes in un suo articolo che infiamma il web

Secondo quanto rivelato da Forbes, il nostro brand starebbe raccogliendo dati a nostra insaputa tramite alcune applicazioni come il browser integrato o anche Mint, il browser ultraleggero sviluppato dall’azienda stessa. Un ricercatore della cybersicurezza avrebbe scoperto che determinati suoi comportamenti fossero tracciati da Xiaomi e che i dati relativi a questo tracciamente fossero, oltre che facilmente decriptabili, anche spostati su servers remoti. La cosa che stupisce è che questi server non sono di Xiaomi, bensì di Alibaba, azienda che tutti quanti conosciamo tramite la figura di Jack Ma (che attualmente non ricopre il ruolo di CEO).

xiaomi

L’esperto in sicurezza sul web ha scoperto che Xiaomi ha registrato tutti i siti Web visitati, comprese le query sui motori di ricerca, sia con Google che con DuckDuckGo (motore incentrato principalmente sulla privacy) anche usando la modalità incognito. Lo smartphone che ha utilizzato l’utente è un Redmi Note 8 ma in realtà a sua detta il modello è indifferente: sono state fatte prove anche con Xiaomi Mi 10, Redmi K20 e Xiaomi Mi Mix 3 e il risultato è stato sempre lo stesso. Incredibile è il fatto che anche le ricerche offline, quelle che avvengono senza accedere ad internet (mettiamo quindi lo scrolling della status bar, le pagine viste su impostazioni), sono state tracciate: infatti tale Gabi Cirlig avrebbe trovato evidenze secondo cui questi dati sono stati inviati a servers remoti in Russia nonostante il dominio fosse fisso a Pechino.

La compagnia cinese ha sempre confermato che tali dati siano criptati in maniera tale da essere messi al sicuro ma la realtà, secondo Cirlig è diversa. Infatti, lui stesso avrebbe trovato il modo di decriptare questi dati in una maniera decisamente facile così da leggerli e dimostrare che Xiaomi stava dicendo il falso. Avrebbe poi detto

“La mia principale preoccupazione per la privacy è che i dati inviati ai loro server possono essere facilmente correlati con un utente specifico”

Xiaomi risponde alle accuse mosse da Forbes in ambito privacy

La risposta di Xiaomi a queste infamanti accuse è stata:

Le affermazioni di tale ricerca non sono vere

e

La privacy e la sicurezza sono di primaria importanza per noi“,

aggiungendo che

“[Xiaomi] segue rigorosamente ed è pienamente conforme alle leggi e alle normative locali in materia di privacy dei dati degli utenti“.

Cirlig avrebbe inoltre compreso che non solo solamente i dati di navigazione (onli e e offline) ad essere stati “rubati” ma anche quelli relativi al modello di smartphone e alla versione Android di quest’ultimo. Tali dati possono servire per risalire, secondo lui, alla persona fisica che possiede tale modello di dispositivo. A tal proposito l’azienda ha rassicurato che i dati che sono stati visti da Cirlig sarebbero criptati in modo tale da mantenere una forma anonima e dunque le informazioni sensibili dell’utente non sarebbero in pericolo. A sfatare questo fatto c’è la cronologia di PornHub dell’esperto di cybersicurezza che era visibile, al momento del controllo, su un server remoto.

miui 12 privacy

Leggi anche: Xiaomi risponde a Forbes sulla violazione della privacy: ecco la verità!

Ma per quale motivo Xiaomi, se questa faccenda fosse vera, sta “rubando” questi dati. Non per venderli, secondo il team di ricerca di Forbes. Semplicemente (se così si può dire) questi dati e metadati sono raccolti per capire le abitudini degli utenti. Sensor Analytics sarebbe l’azienda incaricata a raccogliere questi dati per Xiaomi. Lei stessa afferma di aver rapporti ma, così come per la diretta interessata, conferma che i dati arrivino ai suoi database in maniera del tutto anonima.

Insomma, Xiaomi secondo Forbes starebbe facendo ciò che Google e Facebook fanno da tempo…anche se in maniera più “aggressiva”. Voi cosa ne pensate? La questione privacy è molto spinosa e ci piacerebbe sapere la vostra.

AGGIORNAMENTO

Xiaomi si è ulteriormente espressa in merito alla faccenda tramite uno statement che, gentilmente, ci è stato comunicato da Xiaomi Italia. Ve lo riportiamo di seguito.

“Xiaomi è delusa nel leggere il recente articolo su Forbes. Riteniamo che sia stato frainteso ciò che abbiamo comunicato in merito ai nostri principi e politiche sulla privacy dei dati. In Xiaomi la privacy e la sicurezza su internet degli utenti è di massima priorità; siamo certi di agire rigorosamente e in maniera pienamente conforme alle leggi e ai regolamenti locali. Abbiamo contattato Forbes per offrire chiarezza su questa interpretazione errata”.

Ci aspettiamo quindi un aggiornamento da parte di Forbes.

Fonte | Forbes

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Sono uno studente di lingue, specializzato in cinese. Ciò che mi ha avvicinato a Xiaomi è l'aver scoperto che al mondo esistono alternative valide con un buon compromesso qualità-prezzo. Credo che la consapevolezza che non esiste la perfezione nel mondo degli smartphones deve essere messa prima di tutto, onde evitare inutili e sterili polemiche circa la supremazia di uno o l'altro brand. Mail: [email protected]

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